Dopo l’incontro all’ARAN, la risposta stizzita (e scomposta) della “sigla dei presidi al nostro report – diremmo quasi letterale – dell’incontro merita di essere letta non come un episodio isolato, ma come l’ennesimo tassello di una strategia comunicativa ormai ricorrente: ogni volta che si avvicina il momento di parlare di perequazione, ecco spuntare un nuovo distrattore che cerca di spostare altrove l’interesse della categoria. Ancora una volta, di fronte alle osservazioni sollevate, anziché entrare nel merito delle stesse, le “Alte Professionalità” sembrano reagire spostando il terreno del confronto e riportando l’attenzione su ciò che sostengono di aver ottenuto.
Da qui nasce una domanda semplice: se i risultati sono davvero così tanti e così importanti, perché c’è continuamente necessità di nuovi distrattori per non tornare al problema principale, quello della piena perequazione e della reale valorizzazione della dirigenza scolastica? Davvero crediamo che ci sia bisogno di una revisione del diritto di sciopero (sciopero che, peraltro, si può già fare e non ci è negato!) per mettere sul tavolo il tema di tutti i temi, vale a dire l’equiparazione stipendiale? O c’è dell’altro? Forse il “giochino” è quello di non rompere gli equilibri con l’Amministrazione e tenere la categoria in una condizione di debolezza per continuare a tutelare gli interessi dei pochi eletti? E’ solo una supposizione ma… a pensare male sarà anche peccato ma quasi sempre si indovina!!
Parliamoci chiaro, senza sterili polemiche ma nemmeno inutili peli sulla lingua: se si mettono in fila i comunicati con i quali la sigla dei “presidi” (o, per meglio dire, delle Alte Professionalità) racconta la propria attività sindacale a tutela dei dirigenti scolastici, emerge una curiosa contraddizione tra la rappresentazione che l’organizzazione offre di se stessa e le questioni che, di volta in volta, finiscono realmente al centro dell’attenzione.
Non è infatti difficile accorgersi che, ogniqualvolta il tema della piena valorizzazione economica e professionale della dirigenza scolastica (quando è il momento esatto di chiedere il rinnovo del CCNL o in prossimità del varo delle leggi di Bilancio) torna al centro del dibattito, sistematicamente compare all’orizzonte un argomento diverso che finisce per occupare la scena e per essere immediatamente presentato come un nuovo risultato dell’azione sindacale.
Se si ha questa maggioranza, perché non proclamare lo stato di agitazione e scioperare già da subito? – L’ultimo esempio è quello del diritto di sciopero. Si presenta l’apertura del negoziato all’ARAN come il risultato della propria iniziativa, dopo 26 anni o più! E perché proprio adesso, posto che nessuno ci nega il diritto allo sciopero e che una sigla con tale rappresentatività (in passato lo era ancor di più, prima che la categoria iniziasse a comprenderne i giochetti) potrebbe tranquillamente proclamare l’agitazione e, di fatto, bloccare già da domani la metà delle scuole italiane finché non ci venisse riconosciuta la sacrosanta equiparazione? E allora, perché non lo fa? A chi andrebbe indirizzato lo sgangherato “res, non verba”? Beninteso, sgangherato filologicamente: una frequentazione meno imparaticcia con la lingua e la cultura dei padri avrebbe fatto preferire sine ullo dubio il ben più appropriato facta o al limite acta, termini che rimandano a un agito più che alla cosa in sé: d’altra parte queste sfumature chi non agisce non può coglierle…
Si torni sulla perequazione – Ma torniamo a noi: il problema non è certamente stabilire se sia utile aggiornare una disciplina risalente nel tempo (senza dubbio il tema c’è, nemmeno noi lo neghiamo), ma capire perché l’apertura di una trattativa venga rappresentata come una conquista già acquisita, quando la procedura è palesemente errata e l’esito tutt’altro che scontato (chi c’era sa). La contraddizione diventa evidente se si considera che, mentre questo nuovo tema viene posto al centro della comunicazione sindacale, la questione della piena perequazione retributiva della dirigenza scolastica, che dovrebbe rappresentare una delle rivendicazioni fondamentali della categoria, continua a non essere risolta. Si apre così un nuovo capitolo, si accende un nuovo riflettore e si produce un nuovo motivo per rivendicare l’efficacia dell’azione sindacale, ma i problemi strutturali rimangono esattamente dov’erano. Con l’Amministrazione che gongola, e per questo è pronta a (fingere di) dare credito anche alle richieste di tavoli più fantasiose ed evidentemente maldestre.
Sempre lo stesso meccanismo – Lo stesso meccanismo si ritrova nella vicenda degli arretrati contrattuali. La sigla in questione sollecita l’Amministrazione a procedere rapidamente alla loro liquidazione e, una volta che quest’ultima dà seguito a quanto previsto dal contratto, quella sollecitazione viene trasformata in un risultato sindacale. Qui, fra l’altro, la contraddizione è ancora più difficile da nascondere, perché gli arretrati non sono una concessione discrezionale dell’Amministrazione né una conquista che dipende dalla benevolenza di chi governa: sono una conseguenza dell’applicazione letterale del Contratto collettivo. Anche in questo caso, quindi, un compenso dovuto viene trasformato in un risultato da rivendicare, mentre l’attenzione viene spostata dalla questione fondamentale alla celebrazione dell’adempimento per negare, consentitecelo, la miseria degli arretrati spalmati su 5 anni, che dal 14 settembre sono sotto gli occhi di tutti! Logica che si ritrova nella narrazione degli aumenti retributivi: si rivendica come frutto del proprio impegno il miglioramento economico ottenuto dai dirigenti scolastici negli ultimi anni e si sottolinea il proprio ruolo sindacale nella progressiva crescita della retribuzione. Ma proprio questa rivendicazione porta inevitabilmente a una domanda che non può essere elusa: se la piena armonizzazione retributiva è stata perseguita dalla “sigla maggioritaria” in maniera “costante e pervicace”, come mai la dirigenza scolastica continua ancora oggi a rivendicarla?
Gli stipendi sono aumentati? Sì, ma da quando esiste Dirigentiscuola! E questo è un fatto!! – Nessuno mette in discussione che gli stipendi siano aumentati da quando, diciamolo chiaramente, Dirigentiscuola è sulla scena sindacale (le date sono nero su bianco, sotto gli occhi di tutti, e non può essere un caso che, da quando esistiamo noi, i “presidi” guadagnino almeno un terzo più di prima), ma un aumento non equivale alla perequazione e, soprattutto, la celebrazione di un incremento non può sostituire la verifica della distanza che ancora separa la dirigenza scolastica dalle altre dirigenze pubbliche (lo ripetiamo: almeno 20 mila euro all’anno, come ben sa il “capo dei presidi”, che preside non è ma dirigente tecnico). Lo ricordiamo ai più giovani e a chi non ha la memoria storica. L’inversione di tendenza, dopo oltre 15 anni e tre contratti con dichiarazioni a verbali, è iniziata nel maggio del 2017 allorquando centinaia di colleghi hanno partecipato per ben 5 giorni allo sciopero della fame e della sete davanti al Ministero. Un evento che non ha precedenti nella storia del sindacalismo della dirigenza scolastica. Dov’ era il sindacato dei presidi?
I lacci e lacciuoli del CIN – Ancora più significativa è la vicenda del CIN 2024/25. Qui la contraddizione non riguarda soltanto ciò che viene rivendicato, ma anche la successione degli eventi. Prima viene sottoscritta un’ipotesi di accordo; successivamente emergono rilievi e difficoltà che ne impediscono la piena applicazione; infine si interviene per sollecitare l’Amministrazione a riaprire il confronto e a trovare una soluzione. Il paradosso è evidente: ciò che era stato sottoscritto diventa successivamente oggetto di protesta per le conseguenze che produce o per le difficoltà che incontra nella sua applicazione. E mentre chi quelle criticità aveva denunciato prima della firma può rivendicare di averle previste e viste arrivare, chi aveva sottoscritto l’accordo finisce per presentarsi come parte della soluzione del problema che la stessa sottoscrizione aveva contribuito a determinare. Anche qui, però, la contraddizione rischia di essere assorbita dalla comunicazione: il problema non diventa più “perché è stato sottoscritto questo testo?”, ma “avete visto quanto ci stiamo impegnando per risolverlo?” E intanto i Ds attendono aumenti di parte variabile, reggenze e retribuzione di risultato, senza possibilità di aprire il tavolo CIN 2025/26, quando è appena iniziato l’anno scolastico 2026/27. E si continua a spostare l’attenzione : avete fatto caso che da ieri il ritardo nella corresponsione della retribuzione di risultato è dovuto alle proroghe concesse dall’amministrazione ai revisori dei conti? Ancora: la colpa è dei ritardi degli organi di controllo, IGOP in primis. Falso! Gli organi di controllo hanno fatto gli stessi rilievi che hanno indotto DIRIGENTISCUOLA a non firmare, arrivando a imporre all’amministrazione di riscrivere il CIN o, quantomeno a modificarlo. Invece dei distrattori bisogna chiedere scusa alla categoria.
Le fasce di complessità: cosa non si fa per privilegiare i soliti noti… – Analoga dinamica riguarda i criteri delle fasce di complessità. Le criticità erano state sollevate già mentre quei criteri venivano discussi e alcune organizzazioni (5 su 6! ) avevano chiesto di modificarli prima che producessero i loro effetti. Se oggi quegli stessi criteri vengono considerati problematici, la domanda non può essere soltanto perché l’Amministrazione non li abbia ancora cambiati, ma anche perché non siano stati modificati quando esisteva la possibilità concreta di farlo. È qui che la differenza tra chi denuncia preventivamente una criticità e chi interviene successivamente per lamentarne gli effetti diventa fondamentale. Anche in questo caso, tuttavia, il rischio è che il problema originario venga rapidamente sostituito dalla narrazione dell’impegno successivo, facendo dimenticare chi aveva previsto il problema e chi invece aveva contribuito ad accettarne le condizioni.
Valorizzare chi? – Ma la contraddizione più significativa riguarda forse proprio il modo in cui viene esercitata la rappresentanza della categoria. Se un’organizzazione si definisce “il sindacato dei presidi”, ci si aspetterebbe che quando viene interrogata sulla valorizzazione dei dirigenti scolastici il tema principale siano proprio i dirigenti. E invece DIRIGENTISCUOLA ha evidenziato, analizzando una risposta del presidente “DT”, come su 99 parole soltanto 6 fossero dedicate direttamente ai dirigenti scolastici, mentre le altre 93 riguardassero docenti e ATA. Il dato è certamente simbolico, ma proprio per questo è difficile ignorarlo: persino quando la domanda riguarda direttamente la condizione dei dirigenti, il discorso sembra spostarsi altrove.
Tutelare i DS o gli interessi dei “cerchi magici”? – È lo stesso spostamento che DIRIGENTISCUOLA denuncia quando un dirigente entra in conflitto con l’Amministrazione. Da una parte si proclama la volontà di difendere la categoria e di tutelare i singoli dirigenti; dall’altra alcune situazioni individuali vengono ricondotte, dal “sindacato dei presidi”, alla sfera delle “questioni personali”, soprattutto quando affrontarle come questioni sindacali significherebbe mettere in discussione il rapporto con l’Amministrazione. Ed è proprio qui che emerge il nodo più delicato: la tutela del dirigente e la tutela delle corrette relazioni istituzionali non sempre coincidono. Quando coincidono, non c’è problema; quando invece entrano in conflitto, è proprio lì che si dovrebbe vedere la natura della rappresentanza sindacale. Ma se l’interesse principale è tenersi buona l’Amministrazione per coltivare l’orticello dei pochi eletti e dei vari “cerchi magici”, tutto diventa magicamente molto più chiaro. Perché questo sta avvenendo un po’ ovunque, e i colleghi se ne stanno accorgendo.
Ogni volta c’è un nuovo distrattore – Se si osservano tutti questi episodi nel loro insieme, la caratteristica comune diventa dunque difficile da non vedere: ogni volta che il problema centrale “rischia” di imporsi nel dibattito, compare un nuovo tema capace di spostare l’attenzione:
- La perequazione viene sostituita dagli aumenti contrattuali deboli e fragili;
- gli aumenti, deboli e fragili, dagli arretrati indegni, gli arretrati indegni dalla sollecitazione all’Amministrazione;
- il ritardo del CIN con l’inerzia degli organi di controllo;
- i problemi delle fasce dalla necessità di intervenire successivamente;
- infine il diritto di sciopero diventa una nuova occasione per presentare l’apertura (proceduralmente erronea!) di un tavolo come una conquista.
Il punto, quindi, non è sostenere che nessuno di questi argomenti sia importante. Il punto è che la loro successione produce un effetto preciso: impedisce che il dibattito rimanga concentrato sull’obiettivo principale.
L’efficacia dei “distrattori” – È questo che rende i “distrattori” particolarmente efficaci. Non devono essere falsi per essere distrattori; è sufficiente che siano veri, ma collocati nel momento giusto e trasformati nel tema principale della comunicazione.
- Un tavolo che si apre è un fatto vero;
- una richiesta di pagamento degli arretrati è un fatto vero;
- un aumento retributivo è un fatto vero;
- una richiesta di modifica di un accordo è un fatto vero.
Ma se ogni fatto viene isolato, celebrato come una conquista e utilizzato per sostituire la discussione sull’obiettivo che ancora non è stato raggiunto, allora il risultato comunicativo è quello di far apparire la strada percorsa come se coincidesse con il traguardo.
Il nodo centrale – Ed è proprio qui che la critica colpisce il punto più delicato: la vera propaganda di deviazione dall’obiettivo non sarebbe quella di chi continua a ricordare ciò che manca, ma quella di chi continua a proporre nuovi argomenti per evitare che si discuta di ciò che manca. Il meccanismo è semplice e, proprio per questo, efficace:
- invece di chiedere perché la piena perequazione non sia stata ancora raggiunta, si parla dell’aumento ottenuto;
- invece di discutere della distanza retributiva ancora esistente, si celebrano gli arretrati;
- invece di verificare gli effetti nefasti di un accordo sottoscritto, si denuncia il ritardo della sua applicazione;
- invece di tornare alla questione centrale, si apre un nuovo tavolo e si presenta la sua apertura come un’altra vittoria. Così la categoria viene continuamente invitata a guardare ciò che è stato ottenuto, mentre rischia di perdere di vista ciò che ancora manca.
Una comunicazione sempre “tangenziale” – E allora la domanda non è più soltanto quanto abbia fatto la “sigla dei presidi”, ma perché la sua comunicazione abbia continuamente bisogno di spostare il fuoco su un obiettivo diverso da quello principale, e sempre puntualmente “tangenziale”?. Perché se dopo anni di “grandi risultati” la piena perequazione continua a essere una rivendicazione, se la retribuzione di risultato continua a essere inferiore a quella delle altre dirigenze, se il CIN continua a produrre problemi, se i criteri di complessità continuano a essere contestati e se persino l’apertura di un tavolo – proceduralmente sbagliato – sullo sciopero viene presentata come una conquista sul diritto di sciopero, già costituzionalmente tutelato? Non è arrivato il momento di smettere di contare i comunicati e cominciare a contare i risultati?
Non un sindacato, un “brand” – Ed è proprio questa, in definitiva, la contraddizione che DIRIGENTISCUOLA mette in evidenza: mentre la “sigla dei presidi” continua a presentarsi come il sindacato che difende i dirigenti scolastici, la sua comunicazione sembra costruire, ogni volta che le questioni decisive tornano al centro del confronto, nuovi distrattori capaci di spostare l’attenzione dall’obiettivo fondamentale: la piena valorizzazione economica e professionale e la perequazione della dirigenza scolastica. E questo dovrebbe essere il ruolo di un sindacato? A noi sembra piuttosto una politica di promozione di un brand, nella quale la comunicazione dei risultati finisce per assumere un peso maggiore dei risultati stessi. Un “brand”, fra l’altro, ormai male interpretato dagli stessi media, che finalmente stanno iniziando anche loro a vederci più chiaro ma continuano, per inerzia, a interpretare quella P come iniziale di “Presidi”, cosa che non è più da 13 anni! Forse è proprio questa la contraddizione più difficile da spiegare: come si possa continuare a definirsi (e ad essere definiti) il “sindacato dei presidi” quando, proprio sulle questioni che incidono maggiormente sulla loro condizione professionale ed economica, resta così evidente la distanza tra ciò che viene proclamato e ciò che viene concretamente ottenuto. Perché un sindacato non si misura dalla quantità dei risultati che comunica (male), ma dalla qualità di quelli che riesce realmente a conquistare. Alla fine, dunque, non basta dire di aver difeso una categoria: bisogna dimostrare di averlo fatto.
Forse, però, le cose sono molto più semplici di come le si immagina. Forse il “giochino” è quello di non rompere gli equilibri con l’Amministrazione e tenere la categoria in una condizione di debolezza per continuare a tutelare gli interessi dei pochi eletti? E’ solo una supposizione ma… Sta di fatto che “res (sic), non verba”, come tutti gli adagI di antica memoria, ha un respiro universale e vale per tutti. Soprattutto per il sindacato che si dichiara maggioritario da 26 anni e non ha mai ottenuto vera dignità – anche economica – per la categoria che non rappresenta più nemmeno in acronimo.
Conclude il presidente Fratta: “Possibile che non si è ancora capito che DIRIGENTISCUOLA interviene ogni qualvolta qualcuno, approfittando della distrazione della categoria, mena e ha menato il can per l’aia? Per decenni, e lo attestano i fatti, in tanti hanno danneggiato la categoria. L’equiparazione doveva essere riconosciuta contestualmente al riconoscimento della qualifica dirigenziale, ovvero 25 anni fa. Invece è stata sempre rinviata distraendo la categoria. Ora non è più possibile. In tanti hanno aperto gli occhi, altri lo fanno giorno dopo giorno. Lancio una proposta pubblica: Invece di distrarre la categoria perché il “sindacato” dei presidi non si preoccupa della perequazione? Non lo ha fatto quanto aveva da sola la maggioranza al tavolo. Lo può fare ora se somma la propria rappresentatività con quella di DIRIGENTISCUOLA. Insieme si raggiunge il 52,90% di rappresentatività. Quanto basta per ridare dignità alla categoria. Se, invece, continuerà a …distrarre la categoria, puntualmente DIRIGENTISCUOLA interverrà e prima o poi la categoria capirà e si comporterà di conseguenza. E quando DIRIGENTISCUOLA avrà la maggioranza al tavolo lo …rovescerà. Dovranno essere gli altri a rincorre la dirigenza scolastica. Per anni, pur avendo molte più responsabilità e competenze la dirigenza scolastica ha dovuto rincorrere la dirigenza amministrativa. La situazione va capovolta… se la categoria lo vorrà. Basta aprire gli occhi e unirsi. E’ sempre e solo l’unione che fa la forza!”



