Decine di euro per aderire a un’azione collettiva che chiede l’applicazione di una norma già esistente (a fronte dell’iscrizione alla sigla di turno). Il rischio è che passi l’idea che le decisioni pubbliche dipendano dalle pressioni – rectius dalla interlocuzioni conseguenti a diffide – e non dalla legge.
Prima 100 euro, oggi 40. Per chi si iscrive a un sindacato non rappresentativo, persino meno. E’ il prezzo da pagare perché l’Azzeccagarbugli di turno, che meriterebbe come minimo un deferimento al competente Consiglio Distrettuale di Disciplina (cosa che, da sindacato serio, prontamente faremo), ricordi al Governo di applicare la legge. Ma come? Non è già scontato che debba essere così? Evidentemente no: ci vuole una sorta di promozione stagionale applicata alle diffide, con la promessa che, a colpi di PEC e contributi economici, si possa “interloquire con il Ministro” e ottenere ciò che, a quanto pare, la legge da sola non sarebbe in grado di garantire. Basta una interlocuzione, una pressione e l’Amministrazione arriva a smentire se stessa… salvo poi a non lasciare traccia nel verbale del confronto!
Assistiamo all’ennesima iniziativa, che segue quella di qualche tempo fa, che invita i candidati ad aderire a una diffida collettiva, affinché venga recepito che “nelle Regioni in cui le graduatorie del concorso ordinario risultano esaurite i posti debbano essere destinati agli idonei del concorso riservato”. Fin qui, nulla da eccepire: ogni cittadino ha il diritto di tutelare le proprie ragioni nelle sedi opportune. Ciò che appare meno comprensibile è il messaggio implicito che accompagna questa operazione: l’idea che il versamento di una quota e la pressione esercitata sul Ministero possano rappresentare strumenti decisivi per orientare scelte amministrative che, invece, dovrebbero essere assunte esclusivamente sulla base delle norme vigenti.
Proprio qui emerge la contraddizione più evidente. La legge già prevede che, laddove le graduatorie dell’ordinario siano esaurite, i posti vengano attribuiti agli idonei del concorso riservato. È questo il quadro normativo di riferimento. Se così è, quale sarebbe allora la necessità di acquistare una diffida per ottenere il riconoscimento di un diritto che l’ordinamento già contempla? Se così non fosse l’amministrazione avrebbe già bandito i nuovi concorsi regionali.
Ancora una volta assistiamo all’opera del leguleio di cui sopra, affiancato dal solito politico che si propone come difensore di una categoria mentre, nei fatti, sembra perseguire obiettivi ben diversi dalla tutela dell’interesse generale e dal rispetto delle regole (leggi: strappare qualche inutile tessera sindacale: inutile perché già la legge tutela tali posizioni).
La questione è molto seria!
Le decisioni del Ministero dell’Istruzione e del Merito non possono e non devono essere condizionate da campagne di pressione, diffide collettive o iniziative che lascino intendere l’esistenza di canali privilegiati di interlocuzione. In uno Stato di diritto valgono le norme, non il numero delle adesioni a una raccolta fondi.
Lo diciamo come cittadini, prima ancora che come organizzazione sindacale. Non vogliamo che la pubblica amministrazione venga percepita come un’istituzione permeabile a pressioni esterne o a iniziative che suggeriscano la possibilità di “acquistare”(rectius comprare) interpretazioni favorevoli attraverso contributi economici.
Per questo, come già anticipato, riteniamo doveroso procedere con una segnalazione al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati affinché valuti la correttezza dei messaggi diffusi e delle modalità con cui tali iniziative vengono promosse, con tanto di nome e cognome dell’Azzeccagarbugli proponente.
Allo stesso tempo rivolgiamo un invito pubblico al Ministro dell’Istruzione e del Merito: chiarisca in modo inequivocabile che nessuna pressione, proveniente da soggetti politici, professionisti o gruppi organizzati, può influenzare le decisioni amministrative del Ministero.
Contestualmente, chiediamo che venga verificata la coerenza dell’ultimo orientamento emerso nel confronto con le organizzazioni sindacali, nel quale il Capo Dipartimento ha smentito quanto già comunicato il 30 marzo scorso da un Direttore Generale e da un Dirigente del Ministero. Un cambio di impostazione che merita un chiarimento, proprio oggi alla luce delle dichiarazioni diffuse sui social, dove si lascia intendere che una semplice diffida possa essere sufficiente a ottenere un’interpretazione favorevole della normativa.
Sarebbe un segnale importante di trasparenza, correttezza istituzionale e rispetto verso tutti i candidati, indipendentemente dalla graduatoria di appartenenza.
Noi continueremo a sostenere una posizione semplice e coerente: i diritti si affermano nelle sedi istituzionali e sulla base delle norme, non attraverso iniziative che rischiano di alimentare aspettative, illusioni o, peggio ancora, dare adito alla convinzione che il rapporto con le istituzioni possa essere mediato da chi promette risultati in cambio di adesioni e contributi economici.
Per questo è fondamentale mantenere alta l’attenzione, verificare con rigore i fatti e distinguere la legittima tutela dei diritti da iniziative che sembrano sempre più orientate alla ricerca di consenso, visibilità o altri interessi particolari. Dinamiche che, in ultima analisi, rischiano di compromettere ulteriormente il sistema e ciò che di positivo ancora conserva, a discapito delle cittadine e dei cittadini onesti, che ne sostengono ogni giorno il funzionamento con il proprio impegno e il rispetto delle regole.
“Voglio solo augurarmi che non solo non ci caschi nessuno – chiosa il presidente Fratta – ma che gli interessati prendano le distanze da soggetti che offendono la loro intelligenza.”