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IL POTERE DI VIOLARE LE REGOLE: COSI’ MUORE LA REPUBBLICA DEL MERITO

IL POTERE DI VIOLARE LE REGOLE: COSI’ MUORE LA REPUBBLICA DEL MERITO

Siamo al (gravissimo) paradosso: ormai si “pesa” il potere dei politici di aggirare le leggi, con una spudoratezza senza precedenti. Ma quando il rispetto delle regole lascia il posto alle clientele politiche e sindacali non è soltanto la selezione dei dirigenti a essere in discussione: vacilla la credibilità stessa delle istituzioni democratiche. E l’esito era già noto agli storici dell’antichità. 

 

Quando si dice non c’è limite al peggio. La spirale del degrado della scuola italiana, a partire dalle procedure di selezione dei suoi vertici, è ormai arrivata a livelli di guardia, e forse anche oltre. 

 

Un’osservazione su tutte: se mai ci fu un tempo in cui l’articolo 97 della Carta Costituzionale era rispettato alla lettera, ed effettivamente ai pubblici uffici si accedeva per concorso, questa Età dell’Oro è ormai un lontano ricordo; a un certo punto, e se pensiamo ai dirigenti scolastici parliamo ormai di una quindicina di anni fa, si è passati alla fase dei ricorsi, di cui stiamo ancora vedendo i caotici strascichi. E lì sembrava essere stato toccato il punto più basso. Invece no, perché perlomeno l’iter del contenzioso amministrativo rispetta (o sembra farlo) procedure e competenze tipizzate e istituzionalizzate. 

 

In questi giorni stiamo assistendo a una deriva ben peggiore, perché mette in discussione, senza nemmeno una parvenza di pudore, la stessa legittimità delle istituzioni: accade quando un noto esponente del mondo politico, incontrando ufficialmente docenti, dirigenti e aspiranti tali, lascia intendere che iscrivendosi a un dato partito si avrà il posto assicurato, in barba a graduatorie, meriti, titoli e norme votate dal Parlamento in rappresentanza del sovrano potere popolare. Col prevedibile “codazzo” di sigle sindacali senza storia né autorevolezza, tirate in piedi alla bell’e meglio per sfruttare il caos del momento. 

 

In altri termini, ormai siamo arrivati a un punto di irrisione delle norme in cui si dà credito al sindacalista o al politico che promette… di non far rispettare la legge. Detto altrimenti, si “pesa” il potere non di agire secondo le regole, ma di scardinarle a favore dell’uno o dell’altro gruppo di interesse, in una logica clientelare la cui spudoratezza non ha precedenti istituzionali nella storia della nostra Repubblica. 

 

Non ci si rivolge più, come si dovrebbe, a chi è competente e onesto (e onestà significa anche avere il coraggio e assumersi la responsabilità di dire le cose come stanno, senza indorare la pillola per bassi calcoli personali), ma si cede alle lusinghe del pifferaio di turno che, come oggi mostra di stare dalla tua parte, è prontissimo a voltarti le spalle seguendo il vento della convenienza. 

 

Come nella Roma della depravazione e del declino tutto era in vendita (sono le parole, riportate da Sallustio, del campione della corruzione Giugurta di Numidia), oggi si comprano speranze a suon di euro, di scelte sindacali e, ciò che è terribile, di preferenze politiche.  

 

Quando si arriva a questo punto è lecito temere il “non ritorno”. O peggio, il ritorno di certi spettri che pensavamo di aver ormai chiuso nel cassetto. 

 

Del resto, per continuare con la storia antica, lo preconizzava già Polibio nel II secolo prima di Cristo: è la celebre teoria dell’anaciclosi, secondo cui ogni possibile forma di governo (o malgoverno) si sussegue alle altre in un’eterna catena che si ripete all’infinito: così a una buona democrazia segue sempre l’oclocrazia, vale a dire il governo della folla disordinata e forcaiola (la legge di chi urla o promette di più), poi si va sempre a finire con la presa del potere del singolo, che ben presto degenera in tirannide. E se è vero che la storia è maestra… 

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