LA GITA SCOLASTICA HA PERSO IL SUO SENSO
L’ANGOLO DEI BLOGGER. Uscite didattiche e viaggi di istruzione: da opportunità culturali a labirinti di insidie. È ancora tempo per le gite?
06 Maggio 2026 alle 11:01
In principio erano utili e gradite opportunità culturali: occasioni per vedere, approfondire, toccare con mano opere, luoghi e monumenti conosciuti solo attraverso i libri. Diciamolo subito, però: quella in cui nacque e fiorì la prassi della “gita scolastica” – poi nobilitata, ma solo nei termini, in “uscita didattica” o “viaggio di istruzione”, a seconda della durata e dell’impegno (anche economico) – era una scuola molto diversa, e chiunque mastichi un po’ di storia – e di buonsenso – non può affermare il contrario.
Non abbiamo la pretesa di farci laudatores temporis acti, di ripetere per l’ennesima volta lo stucchevole “si stava meglio quando si stava peggio” o simili triti adagi. Diciamo solo, per restare in tema di luoghi comuni, che ogni stagione ha i suoi frutti e c’è un tempo per ogni cosa. Ecco, forse il punto è che non è più tempo per le “gite” come le abbiamo intese fin qui, e la cronaca quotidiana ce lo sta urlando in tutti i modi: dalla quindicenne in coma etilico ad Ancona dopo una sbornia notturna a base di vodka allo studente precipitato dal balcone dell’albergo a Lignano, passando per la classe di liceo salvata a Praga solo dalla prontezza di tre insegnanti (premiati per questo dal ministro Valditara), per limitarci all’ultima settimana.
Episodi diversi, con dinamiche differenti, uniti però dal medesimo “filo rosso”: gli enormi rischi e le insostenibili responsabilità connessi alle uscite e ai viaggi, che non ci sembra trovino più un adeguato corrispettivo nell’effettiva utilità didattica dei medesimi. Che, non a caso, sempre più di frequente vengono appiccicati nei Ptof (Piano Triennale dell’Offerta Formativa) senza che abbiano la minima attinenza, se non una labile connessione di facciata, con gli argomenti oggetto di studio: come dimenticare, ancora in tempi non sospetti, la povera Anna Frank puntualmente chiamata in causa per sdoganare viaggi ad Amsterdam di neomaggiorenni dalle intenzioni decisamente meno storico-letterarie? E non era che l’inizio.
Poi se succede qualcosa la colpa di chi è? Comunque vada, la palla avvelenata arriva sempre dalle parti del dirigente, ça va sans dire. Con scuole ormai diventate agenzie di viaggi (e provate a non proporli!), aggravi burocratici di ogni sorta, problemi come se piovesse con famiglie sempre più incontentabili e docenti che – giustamente – lamentano il riconoscimento nullo a fronte di responsabilità estese 24/7, il dirigente dovrebbe (oltre a fare il resto del suo lavoro, e scusate se è poco) pure accertarsi che gli aerei volino, che i treni viaggino, che gli autobus abbiano le ruote gonfie il giusto e le imbarcazioni non abbiano falle, che l’autista non alzi troppo il gomito, che i balconi degli hotel siano in regola, che gli ascensori siano stabili, che vi siano estintori a norma e certificati, che i cibi siano sani e adeguati ad ogni intolleranza (altrimenti discrimini), che i luoghi visitati non urtino la sensibilità di nessuno (idem), che i ragazzi non introducano sostanze nelle camere (ma sempre senza ledere la privacy), che non attacchino briga con altre comitive, e ancor prima che vi siano docenti disponibili (ed è sempr più dura), che gli accompagnatori facciano i turni di notte (quando, con buona pace dei benpensanti, sappiamo che succede di tutto), che anche di giorno gli stessi docenti vigilino e non si limitino al comodo e ammiccante “ci vediamo in piazza fra tre ore e nel frattempo liberi tutti”, che vedano e riportino ciò che succede di sospetto senza distrarsi, che il tutto abbia prezzi sostenibili e l’elenco potrebbe continuare all’infinito.
Ciò moltiplicato per decine di classi le quali, a loro volta, sono composte da decine di alunni. Praticamente tutti i giorni, ogni mese, ogni anno scolastico. E quali sarebbero le mirabolanti ricadute culturali e didattiche tali da giustificare, almeno in parte, quello che è diventato un labirinto irto di insidie per tutti? Ricordiamo solo, en passant, che se da un lato non è obbligatorio per i docenti partecipare alle gite, dall’altro non è scritto da nessuna parte che le scuole debbano per forza organizzarle.
Certo non siamo così sprovveduti da non capire che nel frattempo si è creato un indotto, ma siamo anche persuasi che quest’ultimo sia molto meno interessante di qualche anno fa, complici la crisi, il caro energia e, non ultimo, il fatto che ospitare scolaresche non sempre educatissime e con esigenze ormai sartoriali possa non rivelarsi, in ultima analisi, così conveniente. Lo testimonia la crescente difficoltà, specie nel dopo-Covid, a trovare agenzie disposte a farsi carico dell’intero “pacchetto” con annesse capillari personalizzazioni. A dirla tutta non ci pare reggere nemmeno l’argomentazione (pur lodevole) secondo cui si darebbe l’opportunità di viaggiare a chi non se lo può permettere. Non tanto perché oggi – i social insegnano – si gira il mondo molto più di un tempo, ma più semplicemente perché riteniamo che, per come si sono evolute, le cosiddette “gite” non rispondano più all’altisonante definizione che ne fornì il Touring Club all’epoca della loro introduzione (tanto per capirci, correva l’anno 1913): “Un’occasione irripetibile per comprendere il significato più vero del viaggio”.
A oltre un secolo di distanza crediamo, a malincuore, che l’intero sistema sia da ripensare e, letteralmente, rifondare mettendosi intorno a un tavolo con il contributo di tutte le parti in gioco.
Ragioniamoci insieme e, fino ad allora, prendiamoci una pausa.



