Su La7 l’opinionista Antonio Padellaro etichetta come “demenziali” le proposte di Valditara per mettere un freno al crescendo di violenza a scuola. Un aggettivo né appropriato, né efficace, ma utile solo a fomentare il clima di intolleranza. E’ ora di smetterla.
In un momento di tensioni sociali mai così alte e di acceso dibattito su scuole sempre più violente, nessuno sentiva francamente il bisogno di un Antonio Padellaro che definisse “demenziale” il fatto che il Ministro dell’Istruzione Valditara, insieme al collega Piantedosi, stia valutando di permettere l’installazione, nelle scuole più a rischio, di metal detector mobili, e di prevedere sanzioni per la cosiddetta culpa in educando (leggi: per i genitori che non controllano i figli). E’ successo ieri sera su La7, dove Padellaro, nella tranquillità della sua torre d’avorio, ha lapidariamente sfoderato un epiteto né efficace, né appropriato.
Apriti cielo! Si cerca di fare qualcosa di concreto ed ecco i soliti sapientoni, pervicacemente persuasi dell’onnipotenza dell’educazione, gridare alla scuola poliziesca arroccandosi scompostamente dietro i baluardi di una finta libertà (di fare cosa? di prendere a coltellate i compagni, i docenti, i dirigenti?) e difendendo a spada tratta una scuola “di pace”, “di tolleranza”, di “inclusione a tutti i costi”.
Ma è sotto il pelo che vien fuori il vero atavico vizio del lupo. Perché lo stesso Padellaro, sedicente “portatore di pace”, non esita a sfoderare un linguaggio che incita alla violenza: “demenziale”, come l’etimo insegna, sta per folle, privo di senno (de-mens), e indica persona non padrona di sé, pazza. Quei pazzi che vanno contenuti per impedire loro di compiere azioni sconsiderate o, appunto violente. Aggettivo pesantuccio, soprattutto se rivolto ad un ministro della Repubblica alle prese – e non certo per sua responsabilità, diciamolo chiaro – con una delle stagioni più nere della scuola italiana. E nemmeno efficace, perché totalmente fuori contesto e privo, in sé, di quelle connotazioni argomentative che una replica informata dovrebbe quantomeno adombrare.
Ora, ormai dovremmo conoscere bene le responsabilità enormi che si assume chi si espone sui media: diventa un esempio, lancia un messaggio che può facilmente dare luogo a comportamenti di reazione o, peggio ancora, emulazione specie nelle giovani generazioni. Qui non si tratta di creare una cultura politica (il che sarebbe benvenuto), ma di istigare alla violenza e all’intolleranza verso chi non la pensa come noi. E se si può in tv, si può dappertutto. E poi si continua a parlare di inclusione ed educazione.
A margine, al signor Padellaro chiediamo se magari, accanto alla pars destruens, abbia pensato lui stesso a soluzioni concrete che non siano la solita tiritera sul ruolo educativo eccetera eccetera che sappiamo ormai a memoria perché noi operatori della scuola, al contrario di certi giornalisti, le cose le sappiamo e le facciamo sul serio. Criticare è sempre facile, affrontare concretamente i problemi un po’ meno.
Ebbene: noi dirigenti scolastici, quelli che l’inclusione e l’educazione la fanno veramente tutti i giorni in prima linea (e non a tavolino, comodamente sprofondati nelle poltroncine dei talk-show) assistiamo tutti i giorni al montare della violenza nelle nostre scuole, e diciamo no ad un linguaggio che istighi all’intolleranza e alla violenza. Il senso di insicurezza che si percepisce nelle scuole, non solo quelle in aree disagiate, è palpabile ormai, e non solo dopo l’episodio di La Spezia.
Certo, per sentirlo davvero bisogna viverlo, non basta udirne l’eco dalle redazioni o dagli studi dei programmi tv. E’ il momento di valutare con serenità ogni proposta sensata (e quella di una stretta su controlli e sanzioni lo è senza dubbio), e di moderare i toni del dibattito, perché in certi casi – anche questo si dovrebbe imparare a scuola – la forma diventa sostanza.



