L’ultima non-novità è la nota del MIUR n. 3678 del 5 aprile, che chiede all’INVALSI di posticipare al 20 p.v. la chiusura del Questionario scuola e di percezione: l’ennesima incombenza compilatoria, di rivedere le analisi del precedente RAV, con susseguente rimodulazione del Piano di miglioramento in caso di sua discordanza con gli obiettivi interni all’incarico del dirigente scolastico.

Nel frattempo le OO.SS. potranno recarsi all’incontro con la ministra Fedeli, prontamente fissato al 12 aprile, per ri-dire che il dispositivo fin qui messo faticosamente a punto – e che, agli sgoccioli del corrente anno scolastico, proprio non dà mostra di volere decollare – prefigura una valutazione inaccettabile della dirigenza scolastica in quanto iniqua, non trasparente, vessatoria, non fondata su obiettivi adeguati e misurabili, per contro affidata al giudizio di valutatori inesperti e non indipendenti.

Insomma, andranno a ri-chiedere quello che la signora ministra e loro stessi sanno benissimo di aver già ottenuto: certamente non di poter rimettere ai tavoli negoziali la regolazione piena della valutazione, ma di poterla affossare sì, per intanto procrastinandosi  ulteriormente un obbligo giuridico codificato da vent’anni. Poi si vedrà.

Vi andrà anche l’ANP, parimenti per ri-dire il no alla compilazione del Portfolio per la valutazione, poiché la lesione delle prerogative dirigenziali, determinata da intese e accordi tra Governo e sindacati generalisti, svuota di senso la stessa procedura di valutazione e la rende inaccettabile, in quanto puramente formale e priva di riscontri effettivi sulle condizioni di lavoro e sulla qualità delle scuole.

Ovviamente, se è giusta la critica di un marchingegno fondato su un’insopportabile, ed irritante, massa documentale, non è vero che la valutazione sarebbe diventata priva di senso dopo che l’Intesa del 30 novembre prima  e l’Accordo del 29 dicembre poi avrebbero sterilizzato i poteri del dirigente scolastico.

Non è vero per la natura di poco più di un’entente cordiale dei due documenti, i cui contenuti non erano ictu oculi – né lo sono – nella disponibilità delle parti, investendo competenze del solo Legislatore.

E non è vero soprattutto  perché, allo stato degli atti, lo schema del nuovo Testo unico del pubblico impiego, licenziato dal Consiglio dei ministri, disattende in toto le inconferenti pretese delle sigle sindacali che li hanno sottoscritti: ché, anzi, non solo conferma i nuovi poteri attribuiti al dirigente scolastico dalla legge 107, ma li rinforza conservando, ed esplicitando, quello di comminare sanzioni disciplinari sino a dieci giorni di sospensione dal servizio e dello stipendio, nel mentre tutti gli altri dirigenti pubblici non possono direttamente andare oltre il rimprovero verbale.

Si vorrebbe allora la dismissione di comportamenti ipocriti, vincolandosi ad un obbligo di verità e ammettendo apertamente che la valutazione – o, almeno, questa valutazione –   non la vuole nessuno, o quasi.

Non la vuole l’Amministrazione, che sembra solo ora essersi accorta dell’ingestibile cronica bulimia documentale di cui soffre l’INVALSI, imperterrito nella produzione dell’ennesimo caravanserraglio e sempre con il supporto degli esperti di complemento che nelle scuole non ci hanno messo mai piede o che dalle scuole sono scappati per assumere più remunerati, più gratificanti e meno rognosi incarichi di alta professionalità.

Non la vogliono i sindacati generalisti, che apparentemente si atteggiano a garanti della loro dichiarata controparte, allegando volta per volta tutti i cavilli possibili: perché una dirigenza non valutata – l’unica di tutte le dirigenze pubbliche! – non è legittimata a valutare i propri dipendenti, né a corrispondere premi o irrogare sanzioni e, ancor prima, a individuare i docenti dagli ambiti territoriali e poi stipulare i relativi atti d’incarico e vincolanti almeno per un triennio.

Non la vogliono associazioni professionali da sempre apertamente contrarie alla qualifica dirigenziale dei già presidi e direttori didattici, anelanti un modello valutativo in grado di cogliere la dimensione educativa di una professione direttiva che non si fondi sulle caratteristiche di managerialità gestionale.

E, a questo punto, parrebbero non volerla gli stessi diretti interessati: sollecitati a una sorta di comprensibile ripulsa nei confronti di un’inutile significata massa di carte, molto fumo e poco arrosto, vieppiù corredata da tanto assillanti quanto moleste tabelle di marcia; per lucrare alla fin fine quattro spiccioli che ben potrebbero continuare ad essere corrisposti parametrandoli automaticamente sulle fasce di complessità in cui sono graduate le istituzioni scolastiche.

E per questa molto prosaica ragione, che tanto sa di realpolitik, non la vuole l’ANP, col pretesto del presunto mutato scenario in cui rischiano di saltare alcuni capisaldi della riforma (della legge 107) e torna ad essere messo in discussione il ruolo stesso del dirigente scolastico.

Per parte sua DIRIGENTISCUOLA l’obbligo di verità lo ha già adempiuto.

Lo ha adempiuto invitando la categoria a non sottrarsi a questa valutazione, pur essendo essa obiettivamente un aborto. Perché trattasi quasi tutte di carte che devono comunque essere prodotte a prescindere. E perché, se è pur vero che al momento le ricadute economiche non sono di significativa consistenza, sideralmente lontane dalle cifre percepite dai generici dirigenti amministrativi e tecnici dello stesso datore di lavoro pubblico, il rifiutarla si traduce nella cristallizzazione dello status di dirigenti figli di un dio minore.

E lo ha adempiuto quando, resasi conto che – anche per il corrente anno scolastico – non se ne sarebbe fatto nulla, ha invitato l’Amministrazione a non cincischiare, tenendo sulla corda la categoria sino all’ultimo momento ed oltre, disponendo  contestualmente il rinvio di una procedura sostanzialmente fallita e l’attivazione di un percorso di (reciproco) sincero dialogo e di fattiva  (secondo correttezza e buona fede) collaborazione con i diversi soggetti istituzionali interessati, dopo i ripetuti flop di supponenti approcci autoreferenziali e tecnocratici.

DIRIGENTISCUOLA lo ribadirà nell’incontro al MIUR, riproponendo modelli essenziali, snelli, in grado di funzionare, magari sulla falsariga di quelli che, collaudati da oltre un decennio, valutano regolarmente – e remunerano generosamente – i dirigenti normali; idonei ad attingere i comportamenti organizzativi desumendoli da essenziali evidenze documentali e a stimare il raggiungimento o meno di obiettivi altrettanto essenziali e negoziati tra valutatore e valutato, in non più di un paio di schede.

Obiettivi, ovvero formulazioni linguistiche di univoco significato, suscettibili di cadere sotto il dominio dei sensi, vale a dire operazionalizzati, senza inutili e devianti aggettivazioni:

Obiettivi, non declaratorie di profilo desunte dalle variegate fonti normative e che vanno date per conosciute; ma che invece, fotocopiate, ridondano nei provvedimenti d’incarico per delineare – con parossistica reiterazione – semplicemente il perimetro d’azione del dirigente scolastico: dunque, per definizione, insuscettibili di essere perseguite!